Passaggi musicali a Oriente parte II

Shafqat viene da lontano, davvero. E’ il figlio di Ustad Amanat Ali Khan of old Patiala, uno dei mitici cantanti di musica classica di questo Paese. Lui stesso ha studiato quello stile. Ci racconta che nella sua famiglia si cominciava prestissimo, a tre quattro anni. Per arrivare a essere un buon cantante – ci dice – si devono conoscere infiniti raga. Con le varianti sono circa seimila. Uno per ogni momento della giornata. E poi le parole… che sono suono… e intonazione esse stesse. Si deve arrivare a una condizione che sembrerebbe paradossale se non fosse in musica invece un grado di illuminazione: non improvvisare e non memorizzare. Tradire e tramandare nello stesso istante. Essere filosoficamente – e non solo – in un tempo e in uno spazio circolari. Da queste parti l’esistenza non è un fatto lineare (con un principio e una fine) ma si svolge per cerchi concentrici…è tutto contemporaneo. Ogni attimo contiene il suo passato e il suo futuro. E quelle intonazioni…quelle vibrazioni…quelle scale fatte di ventuno intervalli rappresentano – e sono – i vari momenti materici della giornata. Del resto – lo afferma anche la fisica occidentale – tutto è vibrazione molecolare solo che fino a un certo punto c’è la materia, poi questa diventa suono e, accelerando ancora diventa luce. Il cantante di musica classica si connette alla vibrazione del momento, sfiora la materia e la luce e così racconta la sostanza del mondo e ne rappresenta il colore (raga) e il sapore (rasa).

Shafqat conosce bene queste cose. Adesso ce le racconta seduto su un divano coloniale con il suo giubbotto di pelle tipo Fronte del porto e una faccia da duro dolce. Ora è una popstar d’Oriente. Ed è anche esemplare la sua storia in questo Paese. Sa benissimo che per fare successo ha dovuto inventarsi un modo di inserire la sua tecnica e conoscenza in un contenitore riduttivo fatto di melodie finite e accattivanti, con accompagnamento elettrico leggero o in alcuni casi dub. Lo sa e lo dice, ma senza rancore. E’ molto consapevole. Sa bene – lui come tutta la classe illuminata e progressista di questo paese – che la devastazione continua e che la loro cultura più profonda si trova costretta oggi a passare per un buco troppo stretto; che travolta dal passo dell’oca del mercato perderà molte singolarità. Sicuramente le più fragili e raffinate. Ma le culture sono entità virali. Da queste parti, poi, hanno storia e anticorpi in grado di attecchire e innestarsi sulla modernità, sulle nuove tecnologie, sulla koiné del mondo che è ormai l’angloamericano ed è pure – cosa da non trascurare – la loro lingua acquisita. Qui tecnologia e tradizione si fronteggiano e si corteggiano e si ignorano e si sputano…ma si parlano in inglese. Diamogli tempo. Shallum il chitarrista e Imran Momina il tastierista si sono seduti vicino a Shafkat. Sono due ragazzi belli, di pelle un po’ scura, colti e raccolti. Sembrano dei replicanti delle nostre band fine anni Ottanta, ma la tradizione forte e il pensiero gentile da cui provengono li rende meno arrabbiati, più consapevoli e meno sperduti. Maneggiano la musica e la modernità in genere con grande disinvoltura e sono pakistani e pure sufi. Diamogli un po’ di tempo e ci racconteranno storie davvero nuove.

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