Tra indios e coccodrilli nella foresta amazzonica

Quando ci si mette il caso! Spesso nella mia vita e nella mia carriera è stato il destino a decidere. Così è avvenuto per il viaggio in Ecuador. Era il 2005 e io studiavo architettura. Un giorno ho detto ai miei amici che avrei voluto visitare l’Amazzonia e loro mi hanno risposto che in facoltà c’era un ragazzo ecuadoregno che stava per tornare al suo Paese. Così, dopo aver fatto amicizia con lui, abbiamo deciso di partire insieme. Solo che lui per un esame si è dovuto trattenere ancora in Italia e io ho anticipato la partenza. In Ecuador sono stato accolto da suo padre che, guarda caso, è anche lui un architetto: tra noi è nata una grande complicità intellettuale. Questo signore ha molto a cuore i diritti degli indios e, proprio mentre ero lì, è stato convocato da una tribù che vive in un luogo incantato, con le cascate a due passi. Hanno avuto problemi economici e pensavano di costruire un eco lodge compatibile con la natura per attirare il turismo. Mi sono aggregato subito al papà del mio amico e insieme siamo andati a trovare questi indios. Ho chiesto di rimanere con loro un po’ di giorni e alla fine ci sono stato un mesetto. Mi sono ritrovato in mezzo alla foresta nebulare: si annebbia tutto in diverse ore del giorno, si vive sempre in penombra e con un’umidità pazzesca. Gli indios mi hanno accolto come uno di loro, superato il momento di vedermi come un estraneo: sono un popolo molto orgoglioso delle loro tradizioni.

Ho vissuto in una capanna insieme ad una coppia senza figli: è stata una full immersion nelle difficoltà, anche perchè non sapevo una parola di spagnolo e mi sono dovuto abituare ai loro usi. Come quello di seccare gli animali morti, come il tapiro: li mettono sopra il piano cucina, che poi è un recipiente con la cenere dove adagiano una griglia, e li lasciano affumicare con il tempo. Li conservano lì e poi mangiano la carne. Per me è stato terribile: io sono un animalista, ho fatto il volontario allo zoo di Napoli e curavo proprio i cuccioli di tapiro! Uno choc. Invece è stata meravigliosa la gita che ho fatto con l’uomo che mi ospitava sulla canoa che si era costruito da solo: mi ha portato sul Rio Napo e sulle lagune e mi sono trovato davanti uno spettacolo da sogno: i coccodrilli che affioravano dall’acqua, i tucani che volavano intorno, le scimmie urlatrici che si facevano vedere. Il tutto in un silenzio irreale che non dimenticherò mai. Sono atmosfere che un turista normale non prova mai. Dopo la foresta, ho visitato Quito, la capitale dell’Ecuador, che non mi ha colpito particolarmente, e sono stato sul famoso treno che porta a El Nariz Del Diablo: è a vapore, fa un percorso strano a zig zag tra ponti scricchiolanti e precipizi profondi, si scende e si rimonta sul treno fino in fondo alla vallata, scoprendo ad ogni tratto un panorama che lascia senza fiato. L’Ecuador è stato per me un’esperienza fantastica, al punto che ho scritto alla Lonely Planet per raccontare il mio viaggio e sono stato anche pubblicato.

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