Sul tetto del mondo nella culla degli Incas

 

 

Testo di Massimiliano Ossini 
E’ stato un viaggio straordinario, siamo andati alla scoperta di un Paese grande, ma anche di un grande paese. Il Perù è colore, artigianato, musica andina e paesaggi da favola. Credo che la visita al Machu Picchu, la città perduta degli Incas, non la scorderò mai. Siamo partiti alle cinque del mattino, abbiamo raggiunto Cuzco in autobus e da lì abbiamo preso un trenino per arrivare alle pendici del Machu Picchu poi, per arrivare al sito archeologico abbiamo proseguito il tragitto con un pulmino.

Il viaggio è stato interessante tanto quanto la meta, la sensazione più forte che ricordo è l’impatto con le montagne: le cime altissime sembrano giganti addormentati e le pareti rocciose trasudano storia; la storia di un grande impero, culla della civiltà Incas, uno dei maggiori popoli nativi americani. Le vette e gli strapiombi immensi danno l’idea di camminare sul tetto del mondo, completamente estraniati dalla frenetica vita occidentale. Giunti alla cittadella l’impatto è indescrivibile, credo che sia uno dei posti più suggestivi e affascinanti delle Terra. Si percepisce immediatamente la grandezza e la genialità della civiltà Incas.

Il villaggio è stato costruito a quasi 3.000 metri di altezza in una zona incredibilmente ostica per la realizzazione di edifici. Diviso in due parti, quella agricola e quella urbana, è ricco di terrazzamenti innalzati sui lati delle montagne per favorire la coltivazione di ortaggi. E’ affascinante e sbalorditivo pensare che già nel 1400 questa popolazione abbia escogitato tale metodo per lavorare la terra. L’ingegnoso sistema, infatti, è stato usato fino ai nostri giorni e la Liguria ne è un chiaro esempio.

Usciti dalla cittadella abbiamo navigato il lago Titicaca, il più alto del mondo, per intenderci è largo come la Valle d’Aosta e lungo come il Lazio. E’ stata un’esperienza magnifica navigare con il sole sul viso senza sentire freddo, anzi faceva molto caldo, e pensare che mi trovavo a 4.000 metri d’altezza. Con la troupe siamo giunti nell’isola di Taquile, molto famosa per i tessuti. Ma, oltre all’artigianato locale, siamo rimasti colpiti ancora una volta dall’agricoltura del luogo. Sarà una forma di deviazione professionale, ma non posso fare a meno di notare come l’uomo, in qualunque parte del mondo si trovi, riesca a ricavare dalla terra ciò di cui ha bisogno per vivere.

L’isola è immensa e gli abitanti hanno sviluppato una forma di coltura che richiama il concetto, modernissimo di biodiversità: le coste dell’isola sono coltivate in modo simmetrico, lo stesso ortaggio cresce sia sulla sponda est che su quella ovest, in modo da garantire il raccolto anche se le intemperie colpiscono una parte dell’isola. Mi piace pensare che il passato sia sempre un’infinita fonte d’insegnamento per il futuro. La sera, stanchissimi, siamo rientrati in albergo e abbiamo programmato la sveglia ancora una volta alle cinque del mattino per recarci sulle Saline Maras…ma questa è un’altra storia.

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