Il Cile del nord fra deserti e salares

Alle prime luci dell’alba l’altopiano di El Tatio è ancora avvolto in un blu lunare. Sotto il cielo livido la terra vibra impercettibilmente, ribolle, sputa vapori di zolfo come se nelle sue profondità un gigantesco animale stesse per svegliarsi dopo il silenzio della notte. Dai geyser salgono colonne di fumo bianco, spettrale, che si dissolvono contro la massa scura delle montagne. Qui, a 4.600 m d’altitudine, il sorgere del sole è un’esplosione di calore in uno scenario d’apocalisse. A poco a poco il profilo del vulcano Tocorpuri riemerge dall’oscurità. Oltre le sue pareti grigie si stendono gli altopiani della Bolivia, la sterminata puna glaciale dove vivono gli indios di lingua aymara. Ma nella direzione opposta, verso occidente, la terra rimanda già una luce bianchissima, un bagliore accecante che inonda tutto, fino all’orizzonte. Ecco il deserto, l’inferno rovente dove 500 anni fa sono andati a morire i cavalieri di Diego de Almagro, primo conquistatore del Cile incaico. “È il deserto più assoluto del globo”, scrisse il geologo francese Alban Vistel. De Almagro giunse fin qui in cerca di ricchezza. Voleva oro e argento. Pensava di scoprire un secondo Perù e così, partendo da Cuzco, appena conquistata da Pizarro, non esitò a sfidare una natura fra le più ostili del mondo, sicuro che ne sarebbe tornato con tesori più  grandi di quelli della capitale dell’impero inca. Ma il Cile della sua fantasia ha dovuto lasciare presto il posto al Cile della realtà. Sabbia incandescente e rocce irreali per un’avventura da incubo. Niente oro, né argento.

Lasciato alle spalle il deserto di Atacama, si scivola in una dimensione senza tempo. Si entra in una terra che non appartiene più a nessuno, soltanto al sole che la brucia di giorno e al freddo che la frantuma di notte. Si attraversano luoghi che non sembrano nemmeno appartenere a questo pianeta: come la valle della Luna, una piattaforma rocciosa ricoperta di cristalli di sale che brillano come specchi, disseminata di gigantesche torri di pietra fra le quali il vento soffia furioso, padrone assoluto di uno scenario primordiale. Sul fondo, un labirinto di canyon sbarra l’uscita della valle. È come se la natura volesse impedire a chiunque di guardare cosa c’è al di là, oltre il profilo delle rocce. Come se volesse proteggere il suo segreto più prezioso: l’oasi di San Pedro de Atacama, una sorprendente macchia di vegetazione in mezzo a tutto quel grigio, quei bianchi, quei gialli, quell’ocra senza vita. La si scorge da lontano, piccolissima, ai piedi della barriera andina, con i suoi alberi verdissimi, con le sue case sparpagliate ai bordi di un’inattesa sorgente d’acqua. Lì vicino si apre il Salar de Atacama, forse residuo di un antico mare interno, forse secrezione del sottosuolo, attorno al quale minuscoli villaggi si confondono con il colore della terra.

Dentro i confini di San Pedro il deserto scompare di colpo. Cancellato, come per magia. Nel fresco delle case, all’ ombra della chiesa, nei campi di frumento e mais, scorre la vita tranquilla delle due comunità, quella bianca di origine spagnola e quella india, che parla ancora l’aymara. Ayquina, invece, pochi chilometri a ovest, ha altre storie da raccontare. È adagiata  in una fenditura del terreno, con le case costruite in verticale sulle pareti ripidissime. Una specie di pittoresco presepe incastonato nel deserto. Fuori dalla gola non la si vede nemmeno, spunta solo il minuscolo campanile della chiesa spagnola dove, l’otto settembre di ogni anno, confluiscono migliaia di cattolici per la festa della Vergine di Guadalupa. C’è gente che arriva da Calama, facendo 80 km a piedi sotto il sole pur di non mancare all’appuntamento. Poi, quando tutto è finito, quando le musiche e i balli sono terminati, il villaggio ripiomba nella vita di sempre, con la gente che si ammazza di fatica per poter strappare alla terra quel poco che la natura concede per sopravvivere. Ancora più difficile è trovare Caspana, un altro pueblo fra deserto e puna. Bisogna andarla a cercare in mezzo a una valle sconvolta da terremoti di epoche lontane, arrivare fino all’orlo di un promontorio appena accennato dalle mappe geografiche, e guardare giù. Proprio lì sotto, ecco un paese pieno di colori. Per incredibile che possa sembrare, attorno al rigagnolo che scorre sul fondo del canyon è un susseguirsi di alberi e prati di un verde così intenso da apparire fosforescente. Sulle pareti tagliate a terrazze si coltivano mais e frumento cipolle e patate, e qua e là , fra le capanne col tetto di paglia, si vedono persino alberi da frutto. I primi li avevano portati i missionari spagnoli in piena epoca coloniale, e la gente di Caspana ha fatto in fretta a conoscerli. Così come ha imparato ad andare ogni domenica alla messa, senza mettere da parte del tutto le antiche credenze.

Ma i sentieri che partono da San Pedro de Atacama conducono anche più a nord. Attraversano la regione del Tarapacà, un intrico di cordigliere, di steppe desertiche, di valli a strapiombo e pianure desolate che neanche i conquistadores hanno avuto il coraggio di affrontare. I villaggi sono rarissimi. Poi, più a nord ancora, c’è solo la strada che collega Arica, sulla costa dell’oceano, a La Paz. È l’estremità del Cile, la fine del Norte Grande. Ma c’è ancora una meta da raggiungere, piegando di nuovo verso oriente, oltre Putre, fino al Parque nacional del Lauca, dove le vigogne e i guanacos corrono liberi, e le viscacce, i grossi conigli andini con la coda di scoiattolo, si riscaldano pigre sotto le rocce esposte al sole. Alla fine del sentiero, dopo il lago di Cotacotani, si apre finalmente la laguna di Chungarà, un tesoro inviolato a 4.600 m d’altitudine, chiuso in un anfiteatro di montagne inaccessibili. Lì, sull’acqua immobile, migliaia di uccelli lacerano con il loro grido il silenzio abissale di una natura ferma alla preistoria. È la fine di un altro giorno, e mentre a occidente il cielo rimanda ancora la luce bianca del deserto, qui in cima le ombre cominciano ormai a ingoiarsi tutto. Anche la sagoma minacciosa del vulcano Parinacota, gonfia di neve e di ghiaccio, svanisce lentamente in un blu profondo. Le Ande affondano placide nella notte. E resta solo il freddo.

Quando andare
Il clima della regione è caldo e secco e l’estate (da dicembre a marzo) è soleggiata ma non afosa. La media delle precipitazioni intorno ad Antofagasta è di solo 1 mm di pioggia all’anno. Antofagasta presenta temperature estive con massime di 24 gradi e minime di 17, mentre in inverno (giugno-agosto) le massime sono di 17 gradi e le minime di 11.

Come arrivare
Dall’Italia si può volare fino alla capitale cilena Santiago, senza cambiare compagnia, con Air France, Swiss o Iberia. Solo da Milano, un collegamento Tam con San Paolo, in Brasile, permette di usare una coincidenza con il Cile. Da Roma, si può fare la stessa cosa, via Buenos Aires, con Aerolineas Argentinas. Se si è disposti ad allungare il tragitto e a passare dagli Stati Uniti, si possono prendere i voli di Delta e American Airlines in partenza dall’Italia. Gli aeroporti più importanti nel nord del Cile sono quelli di Antofagasta e Iquique, raggiungibili con voli interni. Via terra, il tratto da Santiago fino a Iquique si può coprire con numerose compagnie di pullman.

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Si ringrazia Tour 2000 per la gentile concessione delle foto

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