Marrakech inebria i cinque sensi

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È proprio la città indiana sembra avere un sottile filo in comune con Marrakech, piuttosto che le grandi capitali europee alla moda: sarà per questo mix di antico e moderno, tra tradizione e voglia di essere di tendenza, sarà per il caos organizzato del traffico con i motorini che sfrecciano da tutte le parti, sarà per i colori e i profumi che invadono il visitatore, sarà per la ncessità di  svilupparsi sempre di più per il turismo di ogni genere, sarà per quest’aria indolente che si respira, oppure per un passato pesante, dove c’erano i coloni portoghesi, presenti a Goa e sulla costa marocchina, a 150 chilometri. O ancora, sarà perchè entrambe, sono stati luoghi fondamentali per il commercio e le vie dei mercanti, la prima sul mare, l’altra alla confluenza del deserto. Comunque sia, Marrakech è un trionfo per i cinque sensi. L’olfatto è sicuramente quello che viene subito conquistato dai profumi delle piante aromatiche, dei fiori e dei cibi. Ma anche la vista è subito soddisfatta. Basta un giro nel suq e si viene completamente conquistati dalla miriade di tinte dei prodotti esposti: le babbucce e borse in pelle dalle molteplici sfumature, i tappeti berberi sui toni dell’arancio, caldo e morbido, messi in esposizione sui muri, i gomitoli e i tessutti appena tinti lasciati ad asciugare, rossi, blu, viola, tra una costruzione e l’altra nei vicoli, l’argento e i vetri gialli, porpora o cobalto delle lampade, il marrone dei datteri e il beige delle mandorle, sistemati a piramide, sulle bancarelle di frutta e spezie, i turchesi e gli ocra delle mattonelle decorate a mano che abbeliscono portali ed edifici, i lilla e i rosa dei sacchi che contengono i preziosi elementi naturali all’entrata delle erboristerie.
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E su tutto, il rosso sbiadito dal sole, quasi vellutato, mai invadente, che domina le mura della Medina e i palazzi, perchè Marrakesh è da sempre “la città rossa” per il colore della sua pietra, caratteristica unica e inconfondibile. Ma c’è un altro luogo che lascia incantati, una piccola e splendida oasi nel rosso della città: è il giardino Majorelle, voluto negli anni Venti del Novecento dall’artista francese Jacques Majorelle, e poi acquistato dallo stilista Yves Saint-Laurent, che l’ha restaurato e aperto al pubblico. Qui sono il blu, detto Majorelle, acceso della villa in stile liberty, il giallo intenso delle guarnizioni e  il verde delle piante a farla da padrone. Un angolo di paradiso, con un laghetto costellato da ninfee e tartarughe pigre, viali costeggiati da giganteschi bambu e mastodontici ficus, aiuole dominate da cactus altissimi o “cicciottosi”, mentre in fondo sorge un memoriale in ricordo di Saint-Laurent e un piccolo museo sulle tradizioni berbere. Dopo le molte sfumature verdi delle piante, i colori diventano bianco, giallo, oro, azzurro, rosa per ornare gli abiti dei partecipanti al Festival delle Arti Popolari:  si svolge ogni anno all’inizio dell’estate ed è diventato un rito per i locali, con i suoi tanti spettacoli serali e con la sgargiante parata che dà il via alle “danze”. Carri allegorici (nel 2012 il tema conduttore della 47ma edizione del Festival è stato “la carovana”), acrobati, saltimbanchi, mangiafuochi, ballerini e cantanti, musiche e tradizioni di ogni regione del Marocco. Un tripudio di colori e suoni che accontenta l’udito del visitatore.
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Ma se non si è in periodo di festival, niente paura: il senso viene solleticato anche dal muezzin che chiama “in diretta”, non su disco registrato, i fedeli alla preghiera e sulle voci dei venditori e degli artisti di strada che ogni sera invadono piazza Jemaa El-Fna. È quello il cuore di Marrakech, diventata Patrimonio dell’Unesco, proprio perchè luogo unico di incontro di culture, persone e vita. Un mix che lascia senza fiato, che si anima ogni notte con centinaia di luci, suoni, odori. Un’atmosfera incomparabile da assaporare in una delle tante terrazze di bar e ristoranti, magari bevendo un gustoso tè alla menta, che si affacciano sulla piazza per poi scendere e fare parte di questo piccolo mondo in movimento: signore che dipingono le mani e piedi con l’henné, le griglie che sfrigolano con gli spiedini di carne, i venditori d’acqua con le loro ciotole d’altri tempi, gli incantatori di serpenti e le scimmie ammaestrate. Piazza Jemaa El-Fna è l’esplosione dei cinque sensi, senza di essa Marrakech sarebbe una città qualsiasi. Di giorno, quando il caldo raggiunge anche i 52 gradi, è una enorme e assolata spianata ad “l”, quasi vuota, di notte si anima e crea suggestione, quasi dipendenza, al visitatore. Poco lontana, sorge la Koutoubia, simbolo e sentinella della città alle porte del deserto: la moschea dei librai, dal nome del tipo di mercanzia venduta nell’antico suq che la circondava, ha un maestoso minareto, che ricorda quelli arabi dell’Andalusia e infatti fu costruito nello stesso periodo, in più ha una decorazione diversa per ogni facciata, intorno scavi archeologi stanno riportando in vita l’antica moschea, mentre un giardino rilassa il viandante e fa riposare all’ombra i cavalli delle carrozzelle.
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Gli animali sono un’altra caratteristica di Marrakech, presenti, vitali e intensi partecipanti alla vita quotidiana dei residenti: appunto i cavalli che trasportano i turisti, i muli, trascianti i carretti o carici di prodotti, i dromedari che siedono placidi nelle aiuole e giardini accanto ai grandi e scorrevoli viali della città nuova, dove la notte intere famiglie di abitanti si godono il fresco, i serpenti e le scimmie diventati attrazioni sulla piazza, i passeri, merli, piccioni e colombi che bevono l’acqua delle piscine dei riad e degli alberghi, le cicogne che nidificano in cima alla rovine del Palais Badii e arricchiscono l’atmosfera degli show serali del festival, e i gatti. Tanti, magri ma sereni, guardati con amore dai locali, che non mancano loro di fare una carezza o dargli del cibo. I mici sembrano i veri re di Marrakech, del suq in particolare, fieri osservatori o addormentati dietro le ruote delle bici arrugginite, tra la merce delle bancarelle o negli androni: una  città “gattara”, senza dubbio. Indolenti, affascinanti e misteriosi, assistono al tran tran quotidiano di Marrakech, non si stupiscono come fanno gli stranieri davanti ad un’imprevista e alquanto suggestiva, con il cielo di un grigio spettrale che all’improvviso si tinge di rosso, tempesta di sabbia che arriva dal deserto. Quando va via, veloce come è arrivata, lascia ancora una volta stupiti: un sottile velo ricopre ogni cosa, basta toccarlo mentre l’aria calda accarrezza la pelle, e il tatto è soddisfatto anche lui. E per esaudire l’ultimo senso, il gusto, niente di più facile: la cucina marocchina è un assoluto trionfo per il palato, anche per il più esigente. Basta un assaggio di couscous o di tajine et voilà, il sublime è a portata di bocca.

Per dormire:
Kenzi Farah Hotel a poca distanza dalla Mèdina e dalle strade dello shopping, elegante, immerso nel verde, con piscina con “oasi” verde al centro, due ristoranti, spa con hammam e trattamenti benessere.Kenzi Farah Hotel, Avenue du Président Kennedy – Hivernage, Marrakech
Phone:  +212 524 44 74 00
Fax: +212 524 43 82 16

marrciboboxCucina marocchina degna di un re

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Foto: Sonia Anselmo e Ente Nazionale per il Turismo del Marocco

In collaborazione con www.visitmorocco.com e www.marrakech.travel
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