Esquilino, il colle dei misteri e delle streghe a Roma

Streghe, alchimisti, esorcisti e tanti enigmi. L’Esquilino è il colle dei misteri a Roma, possiede un’anima oscura che pochi conoscono, offuscata dai negozi di cineserie e dai banchi del mercato con i prodotti di tutto il mondo. A
pochi passi dalla stazione Termini, con i suoi palazzi di inizio Novecento e le chiese storiche, è uno dei luoghi più esoterici della città, già dall’antichità.

Ai tempi dei Romani nella zona c’era un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi e i poveri. In epoca augustea divenne un quartiere popoloso e movimentato: venne bonificato da Mecenate che su queste alture possedeva una splendida villa, assunse il nome di Suburra (o Subura) ed era attraversato dal popolarissimo e frequentatissimo clivus Suburanus, pieno di botteghe e taverne. Marziale ricorda che era “la via delle prostitute”. Lo sviluppo urbanistico, nel tardo Impero, lo portò ad essere una zona residenziale con tanto di ville, gli Horti, di nobili e aristocratici.

Già Orazio cantava la fama dell’Esquilino come terra delle streghe. Qui le fattucchiere abitavano, coltivavano le erbe magiche per i loro rituali e praticavano i sortilegi. Ancora nel Medioevo il colle era ricordato per i sabba, mentre molte “adoratrici di Satana” venivano spesso e volentieri bruciate qui sui roghi. Una delle caratteristiche che ha reso questo rione uno dei più ricchi di fascino oscuro di tutta Roma.

Per iniziare una passeggiata tra gli enigmi, si può dare un’occhiata all’Arco di Galieno, a pochi metri da via Merulana, nascosto tra i vicoli del quartiere. L’arco, uno dei reperti più antichi, faceva parte della cinta muraria serviana e più precisamente sorge al posto della Porta Esquilina. Da qui partiva proprio il famigerato il clivo Suburano, la strada che attraversava la parte orientale della città. Perdendo la funzione difensiva, la porta venne sostituita dall’arco in tre fornici. Un’iscrizione ancora leggibile racconta che l’arco fu restaurato nel 111 e che fu dedicato all’imperatore Galieno.

Oggi, rimasto solo il fornice centrale, sembra reggere la Chiesa di San Vito e un palazzo moderno posto sul lato opposto della strada. La Chiesa dei Santi Vito e Modesto è già in sé un’altra particolarità dell’Esquilino. Sorge sull’area un tempo occupata dal Macello di Livia, che più tardi si trasformò in luogo di martirio per molti cristiani. Fu costruita nell’VIII secolo, ma presto cadde in rovina, tanto che papa Sisto IV nel 1447 dovette praticamente ricostruirla da capo.

La sua particolarità è la presenza di due ingressi opposti. Nell’Ottocento, con lo sviluppo del quartiere e l’aumento dei fedeli, venne aperta una porta su via Carlo Alberto. Ciò comportò un diverso orientamento dell’edificio con nuovi restauri, terminati nel 1900. Ma negli anni Settanta del Novecento, rendendosi conto che San Vito era una delle poche chiese di risalenti a Sisto IV che potesse essere riportata all’originalità di quell’epoca, venne riaperta l’entrata su via di San Vito, eliminati strutture superflue e cambiato l’orientamento
dell’altare.

Un’altra particolarità della chiesa si trova nel suo interno: nella parete destra è murato un antico cippo marmoreo protetto da una fitta grata in ferro con al centro un’apertura rettangolare. Secondo una leggenda, si tratta della “pietra scellerata” sulla quale sarebbero stati trucidati alcuni martiri cristiani durante il periodo delle persecuzioni. L’incavo centrale è dovuto al fatto che i credenti raschiavano la superficie della pietra perché si credeva che quella polvere fosse efficace contro la rabbia provocata dai morsi dei cani.

Ritornando sulla trafficata via Merulana e attraversandola verso Colle Oppio, si scopre un’altra chiesa insolita del quartiere: San Martino ai Monti: nota anche come Basilica dei Santi Silvestro e Martino. Fu fondata da Silvestro I nel IV Secolo e un incontro preparatorio al Primo Concilio di Nicea fu tenuto qui nel 324. Nei secoli ha subito diverse trasformazioni ed è ricca di misteri.

A cominciare dai sotterranei: ci si arriva da sotto l’altare, una scala porta all’interno del Titolo Equizio (con questo nome si indicano le più antiche basiliche paleocristiane). Si tratta di un vasto ambiente databile intorno al III secolo e un tempo usato con fini commerciali. Fu papa Silvestro a sistemare il locale secondo le esigenze del rito cristiano e le riunioni della comunità. Ma questa scelta divide ancora gli storici: molti si chiedono se l’edificio, nei pressi di Mitreo, venne utilizzato proprio perché si trovava al centro di un quartiere dove ancora fiorivano le religioni orientali pagane, il mitraismo e soprattutto il culto di Iside e Serapide, contro cui i cristiani si battevano con la loro presenza.

Non bastano i sotterranei a sintetizzare il fascino inquietante di San Martino ai Monti: nella sacrestia infatti è conservata una lampada votiva d’argento fatta con la tiara  di San Silvestro, sotto l’altare si trovano le reliquie dei santi Artemio, Paolina e Sisinnio, traslate qui dalle Catacombe di Santa Priscilla e tra i titolari della basilica ci furono i papi Pio XI e Paolo VI. Ma soprattutto San Martino ai Monti veniva usata per gli esorcismi.

Perdendosi tra le strade intorno a Colle Oppio, andando verso via Labicana e il Colosseo, tra palazzi del primo Novecento, un curvone e una scalinata per pedoni nascondono quello che fu il Tempio di Iside e Serapide, il punto focale dei culti pagani. Qui venivano tutti ad onorare la dea egizia e la costruzione era maestosa; oggi non resta che un relitto di un’altra epoca, indecifrabile, con i gatti che si arrampicano beati e felici sui mattoni rimasti, unici adoratori di quello che era un tempio associato al culto venuto dall’Egitto.

Il clou dell’Esquilino dei misteri è però proprio nel suo cuore vitale e commerciale: Piazza Vittorio. Nei giardini al centro della piazza, circondata da un’inferriata e guardata a vista da sonnacchiosi micioni di tutti i colori, c’è la famigerata Porta Alchemica. Un luogo che sa di antichi riti, di esoterismo, di segreti.

Detta anche Porta Magica o Porta Ermetica, è stata costruita tra il 1655 e il 1680 dal marchese Massimiliano Palombara. Il nobile già da solo è una figura originale: si narra che, annoiato dalla moglie priva di interessi, strinse un’amicizia fortissima con Cristina di Svezia, che si era esiliata a Roma e viveva a Palazzo Corsini. Il marchese faceva molte visite all’ex sovrana, anche lei un personaggio alquanto insolito, entrambi coltivavano la passione per l’alchimia, le scienze e l’ermetismo. Erano alla ricerca della formula che potesse trasformare il metallo in oro e il marchese costruì nella sua villa all’Esquilino un laboratorio dove sperimentare, studiare i testi antichi e ospitare gli alchimisti di passaggio a Roma.

La leggenda racconta che una sera un pellegrino si presentò al palazzo del Palombara con un mazzo di erbe misteriose di cui non rivelò mai il nome, utili a produrre l’oro, e dichiarando di essere capace di mettere in pratica la formula ambita. Durante i suoi viaggi in Oriente aveva scoperto particolari segreti e non li avrebbe mai rivelati a nessuno: la mattina dopo sparì nel nulla, ma lasciò dietro di sé alcune pagliuzze d’oro e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale. Il marchese di Palombara fece allora incidere su una delle cinque porte della sua villa il contenuto del manoscritto nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a decifrarla.

La Porta Alchemica porta iscrizioni in latino ed ebraico e una miriade di simboli: piramidi, il sigillo di Salomone, pianeti, cerchi. Un vero trofeo per chi è affascinato dal simbolismo, dall’alchimia e dai misteri legati ad essi. È ancora lì, esattamente come l’ha lasciata il marchese, custodita solo da gatti del giardino di Piazza Vittorio, dove la porta è stata sistemata nel 1888: la sua posizione originaria era verso l’incrocio di via Carlo Alberto con via di San Vito, lungo il muro perimetrale di villa Palombara, alle spalle dell’attuale via Merulana.

Accanto alla porta si trovano due statue del dio Bes, che si trovavano nei giardini del Palazzo del Quirinale: erano collegate al culto di Iside, una vicenda che ritorna sull’Esquilino e aggiunge mistero ai misteri già presenti in questa zona di Roma.

Info: www.turismoroma.it
Foto di Sonia Anselmo

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