Navigando sul Mincio tra cormorani e fiori di loto

Lo stormo di cormorani si alza leggiadro in volo, librando le ali nere in sintonia sull’acqua. E’ il segnale che l’inverno si sta avvicinando e che questi uccelli migratori stanno arrivando per passare la stagione fredda al riparo nel Parco naturale.

La barca naviga tranquilla e senza rumore lungo il fiume Mincio e i canali che si diramano e che sembrano dividere in due un mare di verde. Sono le gigantesche foglie dei fiori di loto, che ormai hanno preso possesso di quasi tutta quest’area protetta, guardati a vista dai responsabili del parco, perché la loro estensione provoca
parecchi danni alla flora e alla fauna locale, oltre ad avanzare a dismisura nell’acqua.

Eppure a luglio, quando sono in piena fioritura, offrono uno spettacolo indimenticabile di colori, dal rosso cupo al rosa tenue, unico nel suo genere in Italia. In autunno, quando i fiori si sono seccati e resta di loro solo il lungo stelo con un grande “contenitore” di semi, sono le foglie, enormi, verdissime e idrorepellenti, a creare un effetto particolare, un distesa a perdita d’occhio di vegetazione.

Peccato che i fiori di loto siano così invasivi per la natura del Mincio: in poco più di novant’anni, da quando la botanica Maria Pellegreffi nel 1921 per cercare di risollevare l’economia locale dopo la prima guerra mondiale decise di piantare qualche rizoma della tipica pianta asiatica. Lo fece perché dal fior di loto in Asia è di sostentamento alle popolazioni in molti modi: dai semi si ricava una farina commestibile, dai petali gli oli essenziali, il rizoma si può mangiare in insalata e dal gambo del fiore si ottiene una fibra preziosa adatta ad essere tessuta, come ad esempio in Myanmar dove è una delle specialità artigianali più ricercate e costose.

Queste cose, però, sul Mincio non vennero sfruttate, mentre il loto, a sorpresa, dilagava su tutta la zona, prendendo il sopravvento anche sulla flora locale, come le ninfee bianche. Ora l’assembramento dei fiori e foglie è tenuto sotto controllo ed è una delle attrazioni di questo parco naturale regionale che si estende in oltre 17 mila ettari nella provincia di Mantova.

Si può visitare a piedi o in bicicletta, mentre un tratto dell’intricato labirinto tra fiume, canali e laghi, si può visitare a bordo di imbarcazioni, condotte da ottimi barcaioli-guide che illustrano tutte le peculiarità
del luogo.

I battelli partono da Grazie, piccolo borgo dotato di uno storico santuario. Arrivando qui, non ci si può esimere da entrare nel complesso religioso voluto da Francesco Gonzaga in occasione dell’epidemia di peste del 1399 e aperto al pubblico il 15 agosto 1406. E proprio a Ferragosto, ogni anno, nel piazzale antistante si radunano artisti di ogni latitudine per dipingere per terra i ritratti della Madonna.

Il santuario è una sorpresa: sobrio, con un bel porticato e un giardinetto antistante, la scultore in ricordo della visita di Giovanni Paolo II, fuori, un’esplosione di statue particolari, immagini ed ex voto, dentro, che sembrano quasi voler sopraffare il visitatore con la dovizia di dettagli.

Sono davvero impressionanti e realistiche, sono ben 53 raffigurazioni a dimensione naturale, create con materiali diversi tra il Cinquecento e il Seicento: tre ricordano altrettante figure storiche importanti, tutti devoti al Santuario di Grazie, il Papa Pio II, l’imperatore Carlo V e suo figlio Filippo II. Nella prima cappella a destra, nel mausoleo opera di Gilio Romano, è sepolto l’autore del “Cortigiano”, Baldassare Castiglione, mentre all’entrata, all’inizio della navata penzola dal soffitto un piccolo coccodrillo imbalsamato: secondo la leggenda fu catturato nel Mincio con l’aiuto della Vergine Maria.

Alle spalle del Santuario, con una discesa in mezzo a prati, si arriva all’imbarcadero per prendere il battello per la navigazione. Un piccolo angolo riposante di verde, dove si viene accolti da uno degli abitanti stanziali: un meraviglioso esemplare di cigno reale. Mentre l’imbarcazione scivola lungo le acque si vedono molti di questi maestosi uccelli: in volo, che atterrano sul fiume, giovani coppie che amoreggiano, piccoli che crescono.

Con loro, aironi cenerini che attendono le prede immobili, svassi che si immergono, germani reali, folaghe, falchi di palude, falchi pescatori, gallinelle, cormorani e persino cicogne. Migratori o stanziali, a volte dipende dalla stagione per riuscire ad ammirarli: come l’airone rosso che nidifica qui durante l’estate, proprio quando i fiori di loto sono al massimo dello splendore.

Durante la navigazione, si ammirano poi gli ontani che crescono sulle rive, i salici con le chiome a pelo d’acqua, le canne che fino a qualche tempo fa veniva utilizzate come materiale edile e davano lavoro a molti artigiani. Sullo sfondo le silhouette antiche di Mantova, del piccolo borgo Angeli che si estende sulle sponde del lato e di Grazie. Un incanto della natura coccolato e preservato con amore dai barcaioli e da chi abita nei borghi delle
vicinanze. Spesso ci sono escursioni particolari sull’acqua, come quella al tramonto o con la luna piena. Un modo ancora più affascinante per ammirare da vicino il Parco del Mincio.

Info: www.fiumemincio.it
www.parcodelmincio.it
Foto di Sonia Anselmo

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